Italia: Odissea di una Boliviana
Riportiamo un articolo pubblicato da Bolpress, una importante agenzia di stampa Boliviana, il 9 Settembre scorso. Il caso è stato anche trattato dal Corriere della Sera.
Milano, Italia. Si chiama Lourdes, ha 39 anni ed è di Cochabamba. Vive e lavora in Italia da 5 anni, è arrivata accompagnata da suo marito e da due dei suoi figli, il maggiore di 22 e il minore di 6. Lourdes lavora come domestica in 13 famiglie di Milano, inizia alle 7 del mattino e termina alle 7 della notte. Tutti i giorni da lunedì al sabato.
Lava, stira, si occupa della pulizia della casa, da un occhiata alla nonna che è nell’altra stanza o al bebè che sta giocando, bagna i fiori, ovvero, fa le mille cose che i padroni di casa non possono fare perché sono al lavoro. Tutto questo in 13 case differenti. 2ore in una casa, 3 nell’altra, e così per tutta la settimana. Guadagna da 800 a 900 euro al mese. Ma Lourdes è una senza permesso o meglio detto come si dice in Italia è una ‘clandestina’.
Il primo di settembre è iniziata la regolarizzazione delle tante domestiche ‘clandestine’”. Deve presentare tutta una serie di documenti e soprattutto deve versare un apporto forfettario di 500 euro, che dovrebbe essere versato dal datore di lavoro.
La signora Lourdes inizia da questo ultimo dettaglio: “I 500 euro li pago io” -dice- “il problema è che lavoro in 13 case differenti e non raggiungo le 20 ore settimanali in una sola casa, che è la condizione principale e necessaria per uscire dalla clandestinità“. Dei suoi 13 padroni di casa nessuno ha l’intenzione di fare un contratto per le 20 ore settimanali.
“E pensare -dice- che sono persone buone, amabili, a Natale mi fanno regali, d’estate mi lasciano le chiavi delle loro case, sono quasi una persona di famiglia, si fidano di me, ma non mi vogliono fare un contratto nonostante in queste case lavori da diversi anni”. “Il tempo passa -continua- e il 30 settembre termina la regolarizzazione, lavoro più di 20 ore alla settimana, a volte anche 30, ma non ho la possibilità di essere una persona ‘normale’ senza la paura di essere rimpatriata per essere ‘clandestina’”.
Lourdes vive in una casa in affitto, è riconoscente all’Italia, guadagna sufficientemente per aiutare la sua famiglia in Bolivia, ma non sa come terminerà questa odissea. Spera, logicamente, che si risolva positivamente. La sua condizione di ‘clandestina’ comporta inoltre di non poter essere visitata da un medico per la paura di essere denunciata.
Tutto questo grazie a un piccolo partito xenofobo e razzista radicato nel nord Italia, stretto e fedele alleato del partito di Berlusconi che ha emanato un decreto severo contro i ‘migranti clandestini’ e che è stato criticato dai partiti dell’opposizione, dalla Conferenza Episcopale Italiana e anche dal Vaticano, per essere considerata una legge non adatta a un paese civilizzato come l’Italia.
Quando i militari Honduregni hanno abbattuto il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya 2 settimane orsono, i vertici della multinazionale delle banane “Chiquita” hanno probabilmente tirato un sospiro di sollievo.
Domenica 28 giugno l’Honduras si è risvegliato con il suo presidente democraticamente eletto esiliato, i soldati per le strade e un nuovo dittatore, Micheletti, eletto per alzata di mano dal parlamento. Ci uniamo al coro di tutti quelli che hanno condannato questo golpe di stato (in primis ONU, Unione Europea, Stati Uniti, Organizzazione degli Stati Americani) non perché appoggiamo il governo di Zelaya (che non conosciamo) ma perché appoggiamo i processi democratici. Allo stesso tempo ci scandalizziamo per la maniera di gestire le informazioni su quello che sta succedendo nel paese centro-americano da parte dei maggiori media europei, el País in testa.