A COCHABAMBA ME VOY

diario boliviano

Nuovamente su acqua e mafia

Filed under: Notizie — Giacomo at 1:17 pm on Tuesday, August 24, 2010

da www.angese.itMentre c’è qualcuno che si azzarda a sostenere che la mafia non esiste, nel più bel stile cinematografico de “il Padrino”, qualche giorno fa un consigliere comunale di Borgetto (Palermo), Giuseppe Barbaro, ha ricevuto come intimidazione una testa mozzata di capretto [1] [2].

Chi conosce i movimenti dell’acqua (per lo meno 1 milione 400 mila persone che hanno firmato la proposta di referendum) conosce il suo impegno per escludere l’acqua dal commercio. Il municipio di Borgetto ha infatti approvato recentemente una mozione che dichiara l’acqua come un bene senza rilevanza economica.

Alla faccia della mafia che non esiste, e alla faccia di chi sostiene la privatizzazione dei servizi idrici come una pura questione efficientista. La lotta per i beni comuni è una lotta per la democrazia e per la legalità.

Un motivo in più per andare a votare, e piena solidarietà a Giuseppe Barbaro.

Il cambio climatico secondo gli esclusi: cambiare il sistema, non il clima

Filed under: Diario, Notizie — Giacomo at 8:45 pm on Wednesday, April 28, 2010

Nella totale indifferenza della stampa europea si è svolta a Cochabamba la “Cumbre mundial de los pueblos sobre el cambio climatico y los derechos de la Madre Tierra”, conferenza promossa dal Presidente Evo Morales in seguito al sostanziale fallimento, almeno per i paesi del Sud, della Conferenza di Copenaghen.

Alla conferenza hanno partecipato circa 35′000 persone, secondo i dati delle iscrizioni, divise in gruppi di lavoro tematici, conferenze, eventi autogestiti e eventi non autorizzati. Nei 4 giorni di attività, dal 19 al 22 Aprile, si è discusso di temi molto concreti: le cause strutturali del cambio climatico, i suoi effetti, i possibili adattamenti, le conseguenze sui popoli indigeni, il debito climatico, il tribunale internazionale di giustizia climatica e la proposta di un referendum mondiale che permetta ai cittadini di tutto il mondo di esprimersi sullo sfruttamento incontrollato e insostenibile delle risorse naturali. Il motto maggiormente ascoltato durante gli eventi era “cambiare il sistema, non il clima”. E le idee che sono uscite sono interessanti, propositive e molto sovversive.

Il debito climatico, accumulato in secoli di crescita e sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, è sanabile solo rompendo le relazioni storiche che lo hanno generato. Questo è fattibile abbandonando l’idea capitalista della crescita continua: abbandonare il “desarrollismo”, principio secondo il quale tutti debbano svilupparsi verso un limite che continua ad essere spostato in avanti, lasciando spazio a modelli di sviluppo in armonia con la Madre Terra. Più concretamente, abbandonare uno stile di vita dispendioso in termini energetici per riscoprire stili di vita sobri, ma non per questo poveri o peggiori.

Un aspetto interessante, anche se emblematico della conferenza, è costituito dall’organizzazione della “mesa popular 18″, che è nata da un insieme di organizzazioni sociali di base in seguito al rifiuto degli organizzatori di trattare all’interno della conferenza i casi nazionali di sfruttamento intensivo delle risorse naturali e contaminazione ambientale. Pertanto, fuori dal campus universitario dove avevano luogo gli eventi “ufficiali”, si sono discussi quei casi che al governo danno maggiormente fastidio. Come il caso della miniera San Cristobal, dove la dialettica politica della difesa della Madre Terra e della lotta al capitalismo crolla davanti allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, o la miniera di Coro Coro, dove l’obbligo iscritto nella costituzione di chieder il permesso per lo sfruttamento alle popolazioni originarie si scontra con le criminali strategie della azienda nazionale per l’estrazione (YPFB) che portano alla delle autorità locali.

Al di là degli aspetti contrastanti dell’incontro, che evidenziavano anche le incoerenze di questo governo, il bilancio è sicuramente positivo. Finalmente i popoli indigeni hanno avuto uno spazio per parlare, per esprimere paure e per raccontare le loro esperienze. Fosse anche solo per questo, la cumbre avrebbe già raggiunto un grande risultato. Ma non si ferma qua: per una volta in più si osserva come il sud del mondo, o meglio le nazioni che negli incontri dei grandi non contano, si dimostri in grado non solo di unirsi nella protesta, ma anche di proporre soluzioni alternative, che seppure radicali ed estremamente scomode per il nord, costituiscono l’unica maniera per sfuggire alla catastrofe. Il sud del mondo è capace di futuro ed è capace di proporre alternative percorribili per un mondo differente. E la cumbre organizzata da Evo lo ha dimostrato.

Per chi volesse leggere di più, i resoconti dei gruppi di lavoro e la dichiarazione ufficiale sono scaricabili QUI. Invece la dichiarazione della “mesa popular 18″ è scaricabile QUI.

Acqua pulita

Filed under: Notizie, Videoblog — Giacomo e Francesca at 3:34 pm on Tuesday, March 30, 2010


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Milioni di persone al mondo non hanno accesso ad acqua pulita. Questo video di una campagna della Chiesa svedese, mostra con una forma insolita cosa questo voglia dire. Se ci provoca shock, dovremmo a maggior ragione stupirci pensando a che una delle principali cause di morte per i minori di 5 anni è la diarrea. Spesso provocata dal consumo di acqua sporca.

San Cristobal: una spina nel fianco del governo di Evo

Filed under: Diario, Notizie — Giacomo at 3:24 pm on Monday, March 15, 2010

Quando si vuole stuzzicare i simpatizzanti del governo meno aperti alle critiche, non c’è modo migliore che parlare del progetto minerario di San Cristobal. San Cristobal è una società che dal 2007 sta sfruttando uno dei più grandi giacimenti di argento, zinco e piombo che si trova in Bolivia, a San Cristobal appunto, nell’altipiano sudoccidentale di Potosí. La miniera costituisce certamente il più grande progetto attualmente attivo in Bolivia e uno dei maggiori al mondo. Nei 20 anni di attività prevista verranno estratte giornalmente 70′000 tonnellate di roccia che dai porti cileni raggiungeranno il resto del mondo per essere trasformate in metalli.

Prima di iniziare i lavori il piccolo paese che giaceva sulla ricca collina è stato spostato interamente, compresa la sua chiesetta in pietra e legno. Tutto il paese si è trasferito in case nuove costruite dalla multinazionale che gestisce il progetto (Apexsilver), e dalla quale molti hanno anche ottenuto lavoro.

Per il primo trattamento dei minerali, che avviene in loco, la San Cristobal ha perforato dei campi pozzi che sfruttano un acquifero profondo, fossile. Ogni giorno vengono estratti da 42′000 a 50′000 metri cubi d’acqua, in una zona dove la precipitazione media annuale è di 150 - 200 mm/anno e dove l’evaporazione dovuta al fortissimo irraggiamento solare raggiunge normalmente i 1′300-1′700 mm/anno. La ricarica degli acquiferi è pertanto nulla o eventualmente un’eccezione, tanto che alcuni studi indicano che l’acqua sotterranea attualmente presente è solo quella che è rimasta dell’ultima epoca glaciale, dopo la quale non è avvenuta più ricarica.

Nell’area del progetto minerario e dei suoi campi pozzi, esistono varie piccole comunità che vivono di poco, prevalentemente dell’allevamento di lama e vigogne per il consumo personale. La vita sull’altipiano a circa 4000 metri di quota non è per nulla facile, e per recuperare acqua molte persone sono costrette a fare chilometri a piedi. Cosa succederà a queste persone con lo sfruttamento a grande scala dell’impresa mineraria? Le sorgenti e i piccoli pozzi comunitari continueranno a funzionare? Sono molti a dire di no. Gli stessi interessati indicano che negli ultimi due anni le portate delle sorgenti sono diminuite, le aree umide (bofedales) si stanno poco a poco rimpicciolendo. Ed hanno ragione. Un recente studio di un idrogeologo statunitense, Robert E. Moran, contrattato dal sindacato degli agricoltori dell’altipiano meridionale (FRUTCAS e FSUMCAS) ha confermato i timori, indicando che in base ai pochi dati disponibili non si può che prevedere un futuro arido, nonostante gli sforzi dell’impresa di fare credere che il progetto sia ambientalmente sostenibile. I documenti di impatto ambientale sono stati prodotti dalla stessa azienda sovrastimando grossolanamente le precipitazioni e senza tenere conto che il cambio climatico qui c’è già, e già sta producendo effetti negativi consistenti in una progressiva riduzione delle piogge. Il governo boliviano ha accettato lo studio senza apporre critiche o revisioni, con un atteggiamento che quasi definirei oscurantista.

Attualmente l’impresa si sta facendo carico di distribuire acqua alle comunità che già sono rimaste a secco. Ma per quanto lo farà? Quando si spegneranno i riflettori cosa succederà? O peggio, quando l’impresa chiuderà i battenti, chi si occuperà di bonificare i siti inquinati e di fornire acqua alle persone che li vivono? Sono domande senza risposta e che il governo evita accuratamente. Non c’è una politica di stato relativa al progetto, nonostante all’estero arrivino forte e chiaro le grida e le gesta anti-capitaliste del governo che, stando ai proclami, avrebbe nazionalizzato le risorse naturali boliviane. Una brutta storia.

Calendario InterAgire 2010

Filed under: Notizie — Giacomo e Francesca at 9:00 am on Sunday, December 13, 2009

Per festeggiare i 40 anni di attività di Inter-Agire, quest’anno è stato prodotto un calendario che ricorda la storia dei volontari inviati ed illustra i progetti attualmente attivi. I vari mesi del calendario riportano le numerose foto scattate da tutti i volontari con le descrizioni dei progetti. Uno sforzo non indifferente con il quale si vuole festeggiare il compleanno di InterAgire e raccogliere fondi per la continuazione delle sue importanti attività.

copertina calendario 2010

Il calendario sarà in vendita a 15 Fr (10 €) e servirà per finanziare i nostri progetti e permettere a Inter-Agire di continuare inviare volontari.

Chi lo desiderasse si può rivolgere diretamente a noi (via e-mail) o contattare i nostri genitori che si occuperanno gentilmente di distribuirlo (grazie in anticipo!).

L’acqua rubata, dalla mafia alle multinazionali

Filed under: Cultura, Notizie — Giacomo at 1:00 am on Friday, November 27, 2009

por Vauro“In Sicilia si fanno processioni e cerimonie religiose per invocare la pioggia, ma quando c’è la pioggia bisogna svuotare le dighe”.

Un testo del 2001 a cura di Umberto Santino tratto dal sito del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”. Una riflessione attuale sull’appetitoso mercato dell’acqua in Italia che si inserisce nella discussione sulla recente approvazione della nuova legge che obbliga al passaggio alla gestione privata delle reti idriche nell’arco di tre anni (DL 135/2009, articolo 15). La mafia è forse l’impresa più solida attualmente in Italia. È legittimo quindi chiedersi quale saranno gli interessi di questa e quali garanzie verranno date contro l’infiltrazione mafiosa nel settore acque.

“La grande “sete di Palermo” del 1977-78 fu l’occasione per l’apertura di un’inchiesta sulle fonti di approvvigionamento idrico nell’agro palermitano. Tra le poche fonti informative esistenti c’era la Carta delle irrigazioni siciliane redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del Servizio idrografico del Ministero dei lavori pubblici, da cui risultava “un aggrovigliarsi di usi di acque delle più diverse provenienze” e individuava 114 sorgenti e 600 pozzi che prelevavano l’acqua dalla pingue falda freatica. Un documento più recente, del 1973, redatto dall’Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica nella fascia costiera.

Queste acque sotterranee per la grande rilevanza che avevano per il soddisfacimento del fabbisogno idrico della città e delle campagne avrebbero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche, invece vengono lasciate sfruttare dai privati e in prima fila sono i più noti rappresentanti dell’associazione mafiosa. A dire del magistrato che condusse l’inchiesta, il pretore Giuseppe Di Lello, il criterio nella redazione degli elenchi delle acque pubbliche è il “rispetto” delle acque private. Nel Prga (Piano regolatore generale degli acquedotti) redatto dal Ministero dei lavori pubblici e approvato nel 1968 figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda, mentre non c’era traccia dei pozzi ricchissimi d’acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, e da altre famiglie mafiose: i Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi.

Ovviamente la falda freatica andava impoverendosi per il vero e proprio saccheggio perpetrato dai privati e in particolari dai mafiosi e in molti pozzi era già in stato avanzato l’intrusione di acqua marina che ne rendeva impossibile l’uso. L’acqua dovrebbe essere un bene pubblico, invece l’Azienda municipale acquedotto di Palermo (Amap) prende in affitto i pozzi dei privati e negli anni ‘70 il Comune di Palermo paga quella che dovrebbe essere la sua acqua circa 800 milioni l’anno. Particolare significativo: i privati per scavare i pozzi si servono dei mezzi dell’Esa, cioè di un ente pubblico, e con modica spesa realizzano affari consistenti. L’Amap, alla ricerca di nuove acque, trivella le zone povere d’acqua, lasciando le zone più ricche al monopolio dei privati.

Le responsabilità di tale situazione sono state chiaramente individuate, ai vari livelli: dal Ministero dei lavori pubblici all’Assessorato regionale, al Provveditorato per le opere pubbliche, all’Ufficio del Genio civile e, ovviamente, all’Amap. Alcuni fatti costituivano reato e gli atti vennero inviati alla Procura della Repubblica ma l’inchiesta non ebbe seguito.

Un’altra inchiesta condotta nel 1988 si concludeva con il rinvio a giudizio di vari mafiosi, di proprietari di pozzi e di alcuni tecnici, ma il processo si concluse con una serie di assoluzioni”. [...]

Leggi tutto sul sito del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”.

20 anni della Convenzioni Internazionale per i diritti dell’infanzia

Filed under: Diario, Notizie — Francesca at 7:15 pm on Sunday, November 22, 2009

Giovedì 19 novembre ha compiuto 20 anni la Convenzione Internazionale sui diritti dell’Infanzia. Questo testo, proposto dall’Onu e firmato oramai da 193 paesi (ma all’appello mancano gli Stati Uniti e la Somalia) è giuridicamente vincolante e mira a proteggere una delle categorie più vulnerabili: l’infanzia, dagli 0 ai 18 anni. La Convenzione è caratterizzata da 54 articoli e due protocolli opzionali che enumerano diritti fondamentali come il diritto alla vita e alla sopravvivenza, il diritto allo sviluppo, il diritto a essere protetti e tutelati e il diritto a partecipare a una vita familiare, sociale e culturale.
In questi 20 anni la situazione dell’infanzia a livello mondiale è migliorata per certi aspetti, le cifre indicano che la mortalità infantile è diminuita e anche la scolarizzazione è aumentata. Però rimangono grandi problemi come quello del propagarsi del HIV tra i giovanissimi, l’abbandono scolastico prima di terminare gli studi, l’aumento dei bambini che per sopravvivere o per contribuire all’economia familiare devono lavorare in condizioni terribili.
Questi sono problemi molto forti in un paese come la Bolivia dove ogni anno più del 5% dei ragazzi iscritti a scuola abbandonano le loro classi, dove ancora nel 2001 il 20% della popolazione in età scolastica (6-17 anni) non frequentava nessun istituto scolastico, dove il 10% della popolazione attiva economicamente ha tra i 7 e i 17 anni, dove ancora nel 2007 il 60% della popolazione era considerata povera e il 37% estremamente povera e quasi la metà della popolazione ha meno di 20 anni. In Bolivia la mortalità infantile è ancora alta, 45 bambini su mille non raggiungono il primo anno (in Svizzera sono 4 e in Italia poco più di 5).
Per ricordare nel migliore dei modi questa data tanto importante e sensibilizzare il più possibile la popolazione verso le problematiche dell’infanzia, “educar es fiesta” ha partecipato insieme ad altre istituzioni che si occupano della protezione dell’infanzia all’organizzazione di diverse attività svolte durante tutta la settimana in diverse zone di Cochabamba. Per esempio domenica 15 novembre nel barrio “Taquiña Central” dove si sviluppa uno dei progetti di “educar es fiesta”, è stata organizzata una feria educativa dove diverse istituzioni, tra le quali anche anche pubbliche, hanno potuto presentare il loro lavoro in favore dell’infanzia e distribuire materiale in favore della prevenzione contro l’abuso. In diverse scuole si è presentato un piccolo spettacolo teatrale. Giovedì 19 nella piazza principale si sono riunite tutte le organizzazioni e “educar es fiesta” che con il suo gruppo di tamburi ha guidato una marcia che ha fatto il giro del centro città richiamando l’attenzione della popolazione. Infine venerdì 20 ci siamo recati alla prefettura di Cochabamba (il governo regionale) per consegnare alle autorità politiche la proposta dei bambini di Cochabamba per la nuova costituzione regionale. Infine, lo stesso giorno si è presentata la prima del nuovo spettacolo dell’elenco artistico di “educar es fiesta”. Questo spettacolo è liberamente tratto dal racconto “Il piccolo principe” e sensibilizza all’attenzione verso l’infanzia.

Il testo della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia lo trovate QUI.

Y la lluvia también (e anche la pioggia)

Filed under: Diario, Notizie — Giacomo at 11:07 pm on Monday, October 26, 2009

aguatero nel sud della citta

In questi giorni i giornali boliviani, ed in special modo quelli di Cochabamba, sono in frenesia per l’inizio della registrazione di un film sulle “guerra dell’acqua” il cui protagonista è interpretato dall’attore messicano Gael García. Il film racconterà gli eventi salienti degli scontri di Febbraio e Aprile del 2000, capitanati dalla Coordinadora de defensa del agua y de la vida (il noto Oscar Olivera) e appoggiati, tra gli altri, dall’allora deputato Evo Morales, dirigente sindacale dei produttori di foglia di coca.

Leggendo le notizie che sono trapelate fino ad ora sui giornali, sembra che il film racconterà la parte più mitica della guerra, con i cochabambini della città e del campo per una volta uniti di fronte ad un nemico comune, Aguas del Tunari, che secondo la concessione che le era stata autorizzata dal governo Banzer aveva accesso prioritario a tutte le risorse idriche dei Cochabamba (pioggia compresa, da cui il titolo del film). Non è ancora chiaro quale interpretazione verrà data ai fatti, ma dai ruoli inseriti nel copione sembra che verrà proposta quella più stereotipata e ideologica. Ovvero la versione sostenuta dalla maggior parte della gente che prese parte agli scontri e che attualmente ricopre incarichi in politica, in organizzazioni sociali e ONG, ma che non considera i processi e gli avvenimenti degli anni successivi.

Indipendente da come verranno illustrati i fatti, sarà estremamente interessante osservare all’uscita del film nelle sale come reagirà la popolazione boliviana nel rivedere le immagini degli scontri del 2000. Qualunque sia l’interpretazione che il regista vorrà dare, i cochabambini non potranno non osservare che a distanza di 9 anni la lotta per il diritto all’accesso all’acqua che li unì in un unico movimento è rimasta per buona parte ferma ai fatti noti. L’attuale gestione dell’acqua in Cochabamba è assolutamente deficitaria. La maggior parte delle persone del sud della città non ha ancora accesso all’acqua e quando le arriva è poca, cara (circa 20-30 Bolivianos a metro cubo, ovvero tra i 2 e i 3 €…!) e spesso di pessima qualità. I venditori di acqua ora non sono stranieri, ma boliviani entrati nel ricco business degli “aguateros”. Chi coordinò la guerra del 2000 attualmente ricopre ruoli per cui non ha più l’interesse a proporre blocchi e manifestazioni. E la impresa liberata dal controllo della Bechtel è ora pubblica, ma governata da corruzione ed inefficienza. Sarà forse l’occasione per riflettere sui progressi di questi anni e magari rendersi conto che, sí, hanno lottato contro un nemico, vincendolo, ma non contro un’idea speculativa della gestione dell’acqua. E delle persone.

Il giorno della giustizia climatica

Filed under: Diario, Notizie — Giacomo at 2:17 pm on Wednesday, October 14, 2009

Oggi a Cochabamba si chiude il primo incontro del Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica nel quale alcune nazioni dell’America Latina hanno accusato i paesi ricchi principalmente coinvolti nella produzione di gas ad effetto serra per le conseguenze che il cambio climatico sta già producendo sulle Ande.

Il Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica nasce da varie organizzazioni sociali dell’America Latina capitanate da alcune organizzazioni Boliviane di cui fa parte anche Agua Sustentable attraverso la Plataforma de la Sociedad Civil Frente al Cambio Climatico. Lo scopo del tribunale è quello di rendere visibili le cause e le responsabilità degli effetti del cambio climatico sui diritti umani, sull’ambiente e sui popoli ,specialmente nelle nazioni del sud con minori risorse e capacità di adattamento. Il tribunale è nato nei primi mesi del 2009 in seguito all’osservazione di come il cambio climatico stia già generando radicali variazioni nelle condizioni sociali e ambientali dell’altipiano. È stato diffuso giusto nei primi mesi di quest’anno il comunicato che dichiara la sparizione definitiva del ghiacciaio di Chacaltaya, unica stazione sciistica della Bolivia, ma soprattutto una riserva idrica per le comunità di agricoltori che vivono nelle vallate sottostanti e che da quest’anno dovranno trovare delle fonti idriche alternative.

Agua Sustentable in questi due giorni di incontri ha presentato il caso della comunità Khapi, una piccola comunità che vive di agricoltura alle falde del ghiacciaio del Illimani. Secondo l’IRD di Parigi (Institut de recherche pour le développement), dal 1975 al 2006 i ghiacciai del Nevado Illimani avrebbe perso il 40% della massa glaciale. Secondo alcune stime seguendo la tendenza degli ultimi anni, entro il 2030 i ghiacciai dell’Illimani sparirebbero definitivamente, con gravi conseguenze per le piccole comunità di agricoltori ma anche per la stessa città di La Paz. E saranno proprio le piccole comunità, che certamente non hanno la responsabilità di ciò che sta accadendo che pagheranno maggiormente le conseguenze.

Sarà una lotta dura, sicuramente non riconosciuta dal nord e dai paesi principalmente compromessi, che dall’approvazione del protocollo di Kyoto sono impegnati in una lotta tutta differente e in direzione opposta, ovvero quella di attenuare e ritardare le risoluzioni che li obbligano ad una riduzione della produzione dei gas ad effetto serra.

Sul golpe in Honduras: Chiquita risponde

Filed under: Notizie — Giacomo e Francesca at 10:07 pm on Thursday, October 1, 2009

Riceviamo e pubblichiamo una lettera di risposta all’articolo pubblicato sul nostro blog il 23 Luglio da parte dell’ufficio stampa di Chiquita in Italia. Non escludiamo che quanto riportato nella lettera che segue sia vero, specialmente sulle “certificazioni” ricevute da Chiquita nel rispetto dei lavoratori (che non dovrebbero essere sventolate come un obiettivo raggiunto, bensì dovrebbero costituire una condizione minima). Ma non ci risulta una presa di posizione netta della multinazionale contro il governo golpista di Micheletti. Vista la criticità degli avvenimenti degli ultimi giorni, e considerate le dichiarazioni di chi firma la lettera, sarebbe auspicabile una presa di posizione dell’azienda chiara e forte per il ritorno del presidente legittimo, “nel rispetto dei più alti standard legali, etici, ambientali e sociali“. Per concludere siamo sicuri che tutti i lettori interessati alla questione Honduras si faranno la loro idea sulla correttezza dell’azienda più in base allo sviluppo dei fatti che sulle lettere e opinioni pubblicate.

Gentili Signori,

Vi scrivo in risposta al vostro articolo “Le cause del golpe in Honduras?” pubblicato il 23 luglio su www.acochabambamevoy.org che riporta le voci - totalmente prive di fondamento - circa un ruolo di Chiquita nei recenti sconvolgimenti politici in Honduras. Voglio essere chiaro e diretto: Chiquita non ha avuto alcun ruolo in questi eventi.

Il rispetto per le leggi locali, per le istituzioni e per le comunità costituisce il fondamento della nostra politica di responsabilità sociale. È una parte essenziale del nostro impegno nell’applicazione dei più alti standard legali, etici, ambientali e sociali. Le posso assicurare che intendiamo tenere fede pienamente e consistentemente a questo impegno, e che abbiamo seguito questa linea di principio anche in occasione dei recenti conflitti politici in Honduras.

Nel corso degli ultimi due mesi, siamo stati a stretto contatto con i nostri dipendenti in Honduras, con i vertici del sindacato locale SITRATERCO e con IUF presso i quali abbiamo chiarito la nostra politica di non intervento nelle locali dispute politiche.

Chiquita è stata la prima multinazionale - tuttora, l’unica americana - ad aver siglato nel 2001 un accordo quadro con IUF (International Union of Foodworkers) e con COLSIBA (Coordinadora de Sindicatos Bananeros), che garantisce a tutti i dipendenti nelle piantagioni di banane il rispetto delle Convenzioni Internazionali dell’ ILO. Dal 2004, inoltre, tutte le divisioni agricole di proprietà in America Latina sono certificate Sa8000, lo standard volontario di riferimento in materia di lavoro che si basa sulle convenzioni dell’ILO (International Labor Organization), la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.

Non esitate a contattarci per qualsiasi ulteriore chiarimento.

Cordiali saluti

George Jaksch
Senior Director Corporate Responsibility and Public Affairs
Chiquita Brands International

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