Nella totale indifferenza della stampa europea si è svolta a Cochabamba la “Cumbre mundial de los pueblos sobre el cambio climatico y los derechos de la Madre Tierra”, conferenza promossa dal Presidente Evo Morales in seguito al sostanziale fallimento, almeno per i paesi del Sud, della Conferenza di Copenaghen.
Alla conferenza hanno partecipato circa 35′000 persone, secondo i dati delle iscrizioni, divise in gruppi di lavoro tematici, conferenze, eventi autogestiti e eventi non autorizzati. Nei 4 giorni di attività, dal 19 al 22 Aprile, si è discusso di temi molto concreti: le cause strutturali del cambio climatico, i suoi effetti, i possibili adattamenti, le conseguenze sui popoli indigeni, il debito climatico, il tribunale internazionale di giustizia climatica e la proposta di un referendum mondiale che permetta ai cittadini di tutto il mondo di esprimersi sullo sfruttamento incontrollato e insostenibile delle risorse naturali. Il motto maggiormente ascoltato durante gli eventi era “cambiare il sistema, non il clima”. E le idee che sono uscite sono interessanti, propositive e molto sovversive.
Il debito climatico, accumulato in secoli di crescita e sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, è sanabile solo rompendo le relazioni storiche che lo hanno generato. Questo è fattibile abbandonando l’idea capitalista della crescita continua: abbandonare il “desarrollismo”, principio secondo il quale tutti debbano svilupparsi verso un limite che continua ad essere spostato in avanti, lasciando spazio a modelli di sviluppo in armonia con la Madre Terra. Più concretamente, abbandonare uno stile di vita dispendioso in termini energetici per riscoprire stili di vita sobri, ma non per questo poveri o peggiori.
Un aspetto interessante, anche se emblematico della conferenza, è costituito dall’organizzazione della “mesa popular 18″, che è nata da un insieme di organizzazioni sociali di base in seguito al rifiuto degli organizzatori di trattare all’interno della conferenza i casi nazionali di sfruttamento intensivo delle risorse naturali e contaminazione ambientale. Pertanto, fuori dal campus universitario dove avevano luogo gli eventi “ufficiali”, si sono discussi quei casi che al governo danno maggiormente fastidio. Come il caso della miniera San Cristobal, dove la dialettica politica della difesa della Madre Terra e della lotta al capitalismo crolla davanti allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, o la miniera di Coro Coro, dove l’obbligo iscritto nella costituzione di chieder il permesso per lo sfruttamento alle popolazioni originarie si scontra con le criminali strategie della azienda nazionale per l’estrazione (YPFB) che portano alla delle autorità locali.
Al di là degli aspetti contrastanti dell’incontro, che evidenziavano anche le incoerenze di questo governo, il bilancio è sicuramente positivo. Finalmente i popoli indigeni hanno avuto uno spazio per parlare, per esprimere paure e per raccontare le loro esperienze. Fosse anche solo per questo, la cumbre avrebbe già raggiunto un grande risultato. Ma non si ferma qua: per una volta in più si osserva come il sud del mondo, o meglio le nazioni che negli incontri dei grandi non contano, si dimostri in grado non solo di unirsi nella protesta, ma anche di proporre soluzioni alternative, che seppure radicali ed estremamente scomode per il nord, costituiscono l’unica maniera per sfuggire alla catastrofe. Il sud del mondo è capace di futuro ed è capace di proporre alternative percorribili per un mondo differente. E la cumbre organizzata da Evo lo ha dimostrato.
Per chi volesse leggere di più, i resoconti dei gruppi di lavoro e la dichiarazione ufficiale sono scaricabili QUI. Invece la dichiarazione della “mesa popular 18″ è scaricabile QUI.