A Cochabamba me voy….. più di due anni fa decidemmo di chiamare così il blog che avrebbe accompagnato la nostra esperienza boliviana … una canzona di Victor Jara che cantava esattamente dove stavamo andando… una canzone scelta per il titolo e per l’ammirazione verso il suo autore, morto nello stadio olimpico di Santiago del Cile, ammazzato dai militari golpisti di Pinochet dopo che gli avevano amputato le mani per impedirgli di suonare la sua chitarra. Ci sono voluti due anni per capire veramente il significato di questa canzone, due anni di incontri, a volte casuali. Come quello con il direttore della scuola di spagnolo dove abbiamo passato il primo mese boliviano e che come Victor Jara ha vissuto l’esperienza di prigionia nello stadio olimpico e che ha successivamente, a differenza di Jara, trovato nella Svizzera la sua terra d’esilio; oppure Héctor, marito di un’amica, che per caso scopre in internet il nostro blog cercando pagine che parlassero di Jara e che è stato il primo a raccontarci la storia del protagonista della canzone, Inti Paredo (oltretutto sgridandoci proprio perché non lo conoscevamo); e per ultimo grazie a Roberto, passato a Cochabamba un mese fa spinto anche lui dalle note della stessa canzone e che finalmente ci ha spiegato tutto il significato di “A Cochabamba me voy”.
La canzone racconta gli ultimi giorni di Inti Paredo, boliviano di origini cochabambine e compagno d’armi del Che in Bolivia, uno dei pochi sopravvissuti alla sconfitta militare del gruppo rivoluzionario, che dopo essere scappato in Cile è tornato a Cochabamba per riformare l’esercito di liberazione con il motto “Volveremos a las montañas”. Da Cochabamba mandava proclami alla popolazione che scatenavano la frenetica persecuzione del regime che lo cercava in ogni angolo, come canta la canzone:
“Inti pa’ alla’, Coco, eco! Inti pa’ cà, Coco, eco! Inti pa’l norte, Coco, eco! Inti pa’l west, Coco, eco! Cuidado con la CIA, Coco, eco! Que vienen los gusanos, Coco, eco! No maten a Régis, Coco, eco! Y vàmonos hermanos, Coco, eco! Ratatatatà, se le perdieron, ratatatatà, aparecieron, ratatatatà, era mentira que se acabaron las guerrillas!”.
Inti Paredo muore torturato a La Paz nel 1969 dopo che era stato assediato da una moltitudine di poliziotti nella casa dove si nascondeva.
La nostra esperienza boliviana sta per terminare e proprio adesso che stiamo per partire per ritornare nelle nostre terre, riaffiorano i ricordi di tutti gli scambi, le riflessioni, le attività, i risultati, ma anche le difficoltà di questi due anni di lavoro. Due anni caratterizzati da incontri speciali nell’ambito lavorativo e umano. Incontri con persone che hanno rafforzato in noi la voglia che già ci ha spinti a partire e che forse ci accomuna un pochino ai personaggi descritti prima, la voglia di contribuire a un mondo più giusto per tutti.
“Volveremos a las montañas”, torneremo alle nostre montagne, con ancora più voglia di partecipare alla vita sociale dei nostri paesi, per condividere con voi che ci avete accompagnato e appoggiato l’insegnamento principale di questi due anni: la partecipazione è l’unico cammino possibile per un mondo più giusto.


Mentre c’è qualcuno che si azzarda a sostenere che la mafia non esiste, nel più bel stile cinematografico de “il Padrino”, qualche giorno fa un consigliere comunale di Borgetto (Palermo), Giuseppe Barbaro, ha ricevuto come intimidazione una testa mozzata di capretto