A COCHABAMBA ME VOY

diario boliviano

Isla del Sol

Filed under: Diario — Giacomo at 8:48 pm on Sunday, August 29, 2010

Approfittando di visite di amici siamo tornati a visitare l’Isla del Sol. L’isola si trova nel lago Titikaka e  costituiva un luogo sacro per gli Inca, che credevano che proprio in questa terra fosse nata la loro cultura. L’acqua del lago, che si trova a quasi 4000 metri sopra il livello del mare, è cristallina e in alcuni scorci sembra di essere su un’isola del Mediterraneo. Alcune foto sono state gentilmente concesse da Valérie.

Nuovamente su acqua e mafia

Filed under: Notizie — Giacomo at 1:17 pm on Tuesday, August 24, 2010

da www.angese.itMentre c’è qualcuno che si azzarda a sostenere che la mafia non esiste, nel più bel stile cinematografico de “il Padrino”, qualche giorno fa un consigliere comunale di Borgetto (Palermo), Giuseppe Barbaro, ha ricevuto come intimidazione una testa mozzata di capretto [1] [2].

Chi conosce i movimenti dell’acqua (per lo meno 1 milione 400 mila persone che hanno firmato la proposta di referendum) conosce il suo impegno per escludere l’acqua dal commercio. Il municipio di Borgetto ha infatti approvato recentemente una mozione che dichiara l’acqua come un bene senza rilevanza economica.

Alla faccia della mafia che non esiste, e alla faccia di chi sostiene la privatizzazione dei servizi idrici come una pura questione efficientista. La lotta per i beni comuni è una lotta per la democrazia e per la legalità.

Un motivo in più per andare a votare, e piena solidarietà a Giuseppe Barbaro.

Pedagogía de la ternura

Filed under: Cultura — Francesca at 11:05 am on Sunday, August 15, 2010

Nella concezione del lavoro educativo e artistico di “educar es fiesta”, l’attitudine, ovvero il tipo di relazione che si costruisce con i bambini e adolescenti, ha molta importanza, anzi si considera che è uno degli elementi che hanno permesso i risultati fin qui ottenuti. “educar es fiesta” vede nell’educazione un processo dove costruire relazioni educative che permettano dare un senso all’esistenza, che cercano di sviluppare le capacità e le abilità psico sociali necessarie ad affrontare la vita, per conquistare la libertà personale, la autodeterminazione responsabile e solidale con il resto degli esseri viventi.

Alla base di questo pensiero c’è la “pedagogía del la ternura” o “pedagogía del buen trato” (pedagogia della tenerezza o del buon tratto), corrente nata e sviluppatasi in Sud America, in particolare in Colombia e in Perù, in zone di guerra o di grande violenza. Zone dove le relazioni interpersonali erano caratterizzate dalla violenza, dall’insicurezza, dalla paura e dal sospetto. Fattori alla base delle buone relazioni sociali e personali come la solidarietà, l’affettività, la sicurezza avevano dovuto ripiegarsi negli ambiti più privati e nascosti delle persone. La “pedagogía de la ternura” nasce come una necessità per tornare a quella normalità che permette alle comunità di crescere e svilupparsi in maniera sana, senza esclusioni o oppressioni. L’idea è che attraverso una certa maniera di relazionarsi che ha alla base il riconoscimento del valore di ogni persona, l’ascolto, l’accoglienza, la chiarezza, l’empatia ma anche la costruzione e il rispetto di regole di convivenza, si possa riuscire a costruire una società capace di accogliere tutti e farli partecipi del suo sviluppo, diminuendo i disagi spesso alla base di atti di violenza.

Tutto questo lo si può incontrare anche nelle relazioni socio educative che esistono tra maestro e allievo, tra genitori e figli e come nel nostro caso tra educatori e partecipanti alle attività educative e artistiche. In queste relazioni l’adulto deve essere l’attore che rafforza l’autonomia, la libertà di scelta responsabile personale e collettiva, la partecipazione attiva dei ragazzi. Deve essere colui che protegge l’infanzia promuovendo lo sviluppo di bambini e adolescenti come attori principali della loro esistenza e non attori passivi di decisioni altrui.

“educar es fiesta” ha racchiuso in alcuni punti questa idea per comunicare e invitare tutti a costruire questo tipo di relazioni, per invitare alla riflessione su come ci relazioniamo tutti i giorni con gli altri.

Come costruire relazioni di buon tratto:

1. Riconoscendo che siamo unici e irripetibili

Cosí devo riconoscere gli altri e che loro riconoscano me. Bisogna essere disposti ad accettare e rispettare le differenze sociali, culturali, generazionali e personali.

2. Coltivando la capacità di mettersi nel posto dell’altro

Sapersi mettere nel ruolo dell’altro per poterlo comprendere e così poter discutere in maniera costruttiva con lui.

3. Praticando una comunicazione effettiva

Esprimere quello che si sente, che ci piace e non piace in maniera chiara e allo stesso tempo con la responsabilità di ascoltare gli altri e rispettare le loro opinioni.

4. Curando l’armonia tra gli esseri umani

Sapendo che le nostre azioni influiscono e possono danneggiare gli altri e che le azioni degli altri influiscono e possono danneggiarci.

5. Facendo accordi e rispettandoli

Per superare errori e conflitti perché siamo differenti e abbiamo forme distinte di pensare e attuare. E’ importante imparare a con-vivere rispettando limiti e regole per relazionarci meglio.

La mia esperienza con i bambini e adolescenti di Ushpa Ushpa non fa che confermare questo pensiero. Grazie all’attitudine aperta, di riconoscimento, di ascolto, i ragazzi con cui stiamo dimostrano il loro valore che invece in altri ambiti, come la scuola, non riescono. Il fatto di offrire uno spazio dove i bambini e gli adolescenti sono valorizzati per quello che sono, permette loro di sviluppare capacità che sembravano non avere. Sempre con l’idea che siano il più autonomi possibile.

Per chi volesse approfondire e conosce lo spagnolo, invito alla lettura di Alejandro Cussianovich, un pedagogo peruviano che ha scritto molto sul tema.

Un modellino di acquifero per i corsi sulle acque sotterranee

Filed under: Diario — Giacomo at 10:32 pm on Tuesday, August 3, 2010

Dopo il freatimetro “casero” [letteralmente: "casalingo"] ci siamo messi di nuovo all’opera per costruire un modellino di acquifero. L’idea è nata in seguito alla redazione e alla distribuzione di una guida sulla perforazione, uso e cura dei pozzi per acqua, destinata ai piccoli sistemi comunitari: spiegare concetti astratti come la vulnerabilità degli acquiferi o l’interferenza tra i pozzi era una sfida non da poco, così che proporre semplici disegni non sembrava essere sufficiente per le persone alle quali volevamo arrivare. Pensavamo fosse necessario trovare un sistema che permettesse di toccare con mano i concetti. Pertanto, sfruttando come occasione un incontro pubblico per parlare di acque sotterranee con i comitati affiliati a Asica Sur, ci siamo messi a costruire una sorta di acquario, o forse meglio un terrario, ideato appositamente per parlare di vulnerabilità e di come l’uso del suolo possa influire sulla qualità del sottosuolo. L’impatto è stato positivo. Alcuni commenti a fine corso da parte dei partecipanti hanno compensato i giorni e le notti di lavoro, le ore passate setacciando sabbia con delle zanzariere e gli infiniti giri per la città cercando il materiale più adatto a costruire qualcosa che nessuno intendeva. La domanda tipica che infatti mi veniva rivolta era: …ma come fanno i pesci a nuotare e girarsi in un acquario tanto sottile?

L’accesso all’acqua come diritto fondamentale

Filed under: Diario — Giacomo at 11:58 pm on Friday, July 30, 2010

derecho al aguaIl giorno 26 Luglio 2010 l’ONU ha approvato con 122 voti a favore, 41 astenuti e 0 contrari, la risoluzione che riconosce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari di base come un diritto umano. La risoluzione era stata presentata dalla Bolivia ed appoggiata da un nutrito gruppo di stati, tutti del “sud” del mondo. Il passo chiave della risoluzione dichiara che “l’accesso a un’acqua potabile pulita e di qualità, e a installazioni sanitarie di base, è un diritto dell’uomo, indispensabile per il godimento pieno della vita e di tutti i diritti umani“.

Il testo della risoluzione esorta gli stati a destinare maggiori fondi per garantire il rispetto del diritto, chiedendo inoltre agli stati ricchi di aiutare maggiormente quelli sottosviluppati perché si possano compiere gli Obiettivi del Millennio, per arrivare ai quali c’è ancora da percorrere molta strada.

La risoluzione entrerà anche nei dibattiti italiani sulla privatizzazione della gestione idrica e sulla raccolta di firme (1 milione e 400 mila, un record) per la proposta di un referendum che smonta il quadro normativo italiano che permette il lucro sui servizi idrici e la privatizzazione della gestione. Come già si legge nei forum dedicati all’argomento, c’è chi non vede incompatibilità tra un diritto fondamentale e la gestione privatistica, e chi invece lo interpreta come un appoggio alla campagna italiana favorevole a una nuova pubblicizzazione idrica.

L’unico dubbio consiste nel fatto che la risoluzione non è vincolante. Resta da chiarire come si possa solo “suggerire il rispetto” di un diritto umano fondamentale: chi non volesse rispettarlo è libero di farlo?

Planetodos, il pianeta è di tutti!

Filed under: Diario — Francesca at 11:23 pm on Sunday, July 18, 2010

Giovedì 15 luglio nella tenda del circo “Tapeque” si è tenuto il lancio del nuovo spettacolo dell’elenco artistico di “educar es fiesta”. Lo spettacolo di musica, teatro e circo ha come titolo “Planetodos” (Pianeta di tutti) e si occupa della situazione attuale della Terra. Attraverso la recitazione, la giocoleria, l’acrobazia aerea, la musica e la scenografia costruita con materiale recuperato, i 10 ragazzi ci accompagnano verso una riflessione forte sul cammino che l’umanità, in particolare la società occidentale, ha obbligato il pianeta. L’incredibile quantità di spazzatura, che in un paese come la Bolivia è sempre sotto gli occhi di tutti. La pesante edificazione del territorio, con gigantesche città dove oramai è difficilissimo ascoltare gli uccelli cantare e dove gli alberi sono visti come elementi di disturbo al buon sviluppo. Poco più di un’ora per pensare dove stiamo andando e per decidere come modificare questo percorso che sembra oramai inevitabile.

Dalla Bolivia all’Italia: libera acqua in “povero” Stato

Filed under: Diario — Giacomo at 7:36 pm on Sunday, July 4, 2010

Il Referendum sull’acqua pubblica come diritto indispensabile ha già ottenuto il sostegno di un milione di firmatari contro l’art. 15 del DL 139/2009, il Decreto Ronchi. In paesi come Bolivia, Ecuador ed Uruguay l’acqua è un diritto costituzionalmente garantito. E deve esserlo maggiormente laddove lo stato non ha il potere di controllare il privato, perchè troppo povero in economia o in idee…

Rinviamo a una intervista fattami da Angelo D’Addesio, giornalista che si occupa di Latinoamerica e del Sud del Mondo. Leggi tutto sul blog Il Grande Sud.

La co-gestione: verso un nuovo modello di gestione dell’acqua

Filed under: Diario — Giacomo at 12:34 am on Friday, June 18, 2010

In varie occasioni dal 2004 ad oggi si sono osservati a Cochabamba casi di acquisto collettivo dell’acqua. Ovvero, alcuni comitati di distribuzione, per far fronte fondamentalmente ad emergenze, comprano acqua dal gestore pubblico municipale, Semapa, per alimentare le proprie reti. L’acqua, comperata ad un prezzo contrattato ad ogni occasione, viene rivenduta tra i soci dell’associazione secondo regole stabilite dagli stessi beneficiari.

Nonostante si tratti di casi isolati, il sistema si è più volte dimostrato efficace, tanto che questa forma di acquisto in blocco si è progressivamente ampliata, a causa delle numerose difficoltà prevalentemente tecniche che comporta lo sfruttamento delle fonti idriche nel sud di Cochabamba. Prima tra queste, la estrema difficoltà di gestire opere di captazione in maniera sostenibile ed efficiente; ma anche la difficoltà di recuperare acque di qualità o applicare sistemi di trattamento. Si è cosi aperta poco a poco l’idea della cogestione, che è stata discussa durante l’ultima Feria dell’Acqua di Cochabamba organizzata da AsicaSur, l’associazione che riunisce gran parte dei sistemi comunitari di distribuzione dell’acqua. La cogestione consiste in un’alleanza tra le istituzioni pubbliche (nel caso specifico, Semapa, ma in generale lo stato) e comunitarie, per fare in modo che ciascuna delle due si occupi di quello che sa fare meglio. Lo stato, che dovrebbe avere risorse economiche, tecniche ed umane adeguate, si farebbe carico della raccolta dell’acqua, del suo trattamento e della protezione delle fonti (leggi sull’uso del suolo, pianificazione territoriale etc); i comitati idrici invece, per il forte contatto con le basi sociali, si occuperebbero della distribuzione, garantendo l’accessibilità e un servizio trasparente, controllato direttamente dai beneficiari secondo le modalità che la comunità stessa decide.

La difficoltà con cui però ci si sta scontrando nel processo di diffusione dell’esperienza, è legata al calcolo del costo dell’acqua. Ovvero, quanto costa a Semapa, o in generale all’ente statale, produrre l’acqua che vende in blocco, senza i costi di distribuzione? Il problema è che una risposta attualmente non c’è e che sono in molti, amministratori e funzionari pubblici, quelli che non la vogliono nemmeno cercare. Nel costo “grezzo” dell’acqua entrano infatti grandi problemi di inefficienza, corruzione e nepotismo. Ad esempio attualmente Semapa da lavoro a un numero di operai manutentori della rete pari a 5 o 6 volte il numero “normalmente necessario”, nonostante la rete faccia letteralmente acqua da tutte le parti: si stima che almeno il 50% dell’acqua raccolta venga persa nel trasporto, a cui probabilmente bisogna aggiungere numerosi allacci illegali. Il bilancio di Semapa è in forte perdita da anni. Varie amministrazioni hanno cercato di sanare i conti, iniziando ad analizzare i costi dell’azienda, ma si sono fermati davanti a un sostanziale muro di gomma eretto a protezione di numerosissimi interessi privati.

Ora i comitati d’acqua entrano a gamba tesa nella spinosa discussione, esigendo che venga rispettato il loro diritto di ricevere acqua e di poterla gestire secondo le loro usanze o, come si dice qui, secondo i loro “usi e costumi”, e con questo il diritto di pagare solo il reale costo di produzione sgravato dalla parte relativa alle funzioni che in anni di assenza statale hanno loro malgrado assunto. Non sarà una semplice discussione economica o amministrativa. Si discuterà di modelli di gestione e di come la corruzione e l’inefficienza stiano attualmente compromettendo il riconoscimento di un diritto, nonostante gli sforzi del governo attuale di limitare la piaga. La discussione dai quartieri periferici di Cochabamba è arrivata rapidamente negli uffici politici di La Paz. Speriamo che la discussione non si fermi a un semplice accordo “di convivenza” (e convenienza) ma arrivi al nocciolo del problema, ovvero della sostanziale inadeguatezza degli enti pubblici, incapaci di far rispettare i diritti più fondamentali. In questo caso, ancora una volta, le comunità dei quartieri del Sud di Cochabamba organizzate ci mostrano come una partecipazione politica attiva e combattiva della popolazione possa permettere un miglioramento della qualità della vita.

Visita al Chasqui di El Alto

Filed under: Diario — Francesca at 9:54 pm on Wednesday, June 9, 2010

La settimana scorsa ho partecipato al viaggio d’intercambio degli Animadores Culturales del progetto di Taquiña Central (zona Nord della città) a El Alto, la città che sorge letteralmente sopra la città di La Paz. In particolare abbiamo visitato il “Centro de Comunicación Cultural El Chasqui” che si trova nel quartiere “Esrellas de Belem” a 4100 m d’altitudine. L’inverno è oramai arrivato e il freddo durante la notte in case senza riscaldamento è molto intenso, per fortuna abbiamo dormito tutti insieme (21 persone) in una sola stanza, riuscendo così a mitigare le temperatura rigide.
Questo Centro nasce dall’iniziativa di 8 giovani che all’inizio degli anni novanta partono dalle loro comunità per frequentare l’università a La Paz. L’incontro con la realtà urbana e le difficoltà che la popolazione contadina incontra al suo arrivo nella città, come la destrutturazione delle relazioni, la mancanza della realtà comunitaria tipica del campo, l’abbandono dei riferimenti culturali, l’esclusione causata dalla povertà, porta questi giovani a una riflessione e soprattutto all’iniziativa: proporre un centro di aggregazione che possa accogliere bambini, adolescenti e giovani, dove offrire loro corsi d’arte (musica folklorica, danza, teatro) e appoggio scolastico. All’inizio “El Chasqui”, che nella cultura aymara era “il messaggero”, colui che portava le comunicazioni tra le comunità, era composto da due stanzette fatte d’adobe (mattoni d’argilla) costruite dagli stessi giovani. Ora è una struttura grande con vari spazi dove offrire vari corsi e esiste anche un campetto di calcio e basket. Ogni giorno un centinaio di bambini, adolescenti e giovani vanno ad assistere ai corsi che ora comprendono anche cultura aymara, educazione civica, aiuto scolastico e, per i ragazzi che frequentano il centro da vari anni, viene proposto un corso per diventare formatori a loro volta. Ma i partecipanti vengono anche solo per ritrovarsi tra compagni in uno spazio sicuro e accogliente, dove poter proporre attività, giocare, imparare e anche trovare appoggio per i loro problemi con i Tios. I Tios, che significa zii, sono gli 8 giovani che oramai sono diventati dei veri punti di riferimento e di appoggio. Nelle comunità aymara i Tios sono le persone adulte delle comunità rurali e che sempre meritano rispetto da parte dei giovani per il loro ruolo di educatori, protettori, formatori. Tra questi c’è la Tia Adela, un signora di 35 anni che veste con i vestiti tradizionali e viene dalla zona di Achacachi, la regione dei ponchos rojos e una delle zone più ribelli e combattive di Bolivia. Questa persona, che sembra tanto semplice, è una professoressa universitaria della Facoltà di Lavoro Sociale.
Questa visita ha reso ancora più forte in me una riflessione sorta da quando sono in Bolivia e lavoro con “educar es fiesta”: la convinzione che siano necessari più spazi d’accoglienza per i bambini, adolescenti e giovani delle città. Spazi dove possano trovare delle possibilità formative, ludiche e anche solo d’incontro. Spazi con persone adulte accoglienti, di fiducia, che possano stimolare un buon sviluppo psico sociale, necessario ad affrontare una società sempre più complicata e che porta sempre più rischi, di violenza, di delinquenza, di smarrimento. Persone che possano proporre attività di riflessione, di responsabilizzazione, d’integrazione alla società che circonda i giovani e allo stesso tempo li aiuti a definire la loro identità, rafforzando positivamente le loro origini culturali affinché queste non divengano un elemento di esclusione bensì un orgoglio, sviluppando quella autostima necessaria per affrontare la vita. “educar es fiesta” a Ushpa Ushpa con la Casa de Cultura Comunitaria ha aperto uno spazio con queste caratteristiche e anche nella zona Nord ha ricevuto uno spazio dall’autorità locale dove proporre i suoi corsi di musica, circo e teatro e dove gli Animadores Culturales possono ritrovarsi una volta a settimana per trattare temi come educazione civica e protezione ambientale, per elaborare progetti e iniziative, e per organizzare un cineforum.
Sono convinta che questi spazi non sono solo necessari in Bolivia. La situazione che incontriamo in Ticino con la sensazione d’aumento della insicurezza associata a problemi giovanili mi porta a pensare che lo sviluppo di spazi d’accoglienza e di formazione per questa fascia di popolazione con la presenza di adulti in grado di canalizzare energie, aggressività in possibilità di crescita, di formazione alternativa sono super necessari. Alcuni centri giovanili già esistono, le attività portate avanti dagli scout vanno in questa direzione, però sono convinta che c’è ancora uno spazio da colmare. Molti sono i ragazzi alla ricerca di luoghi dove potersi incontrare, giocare, formare e crescere. Mi ricordo le parole di un procuratore del Canton Ticino intervistato dopo la morte di un giovane ticinese sotto un treno: “Bisogna aprire le scuole, le palestre in orari serali e del fine settimana per accogliere i giovani che sono alla ricerca di spazi d’aggregazione, d’accoglienza”.

La città invisibile

Filed under: Diario — Giacomo at 8:10 pm on Sunday, May 30, 2010

Cochabamba si presenta come una cittadina relativamente vivibile e tranquilla. Attraversare la città, anche nelle ore di punta, può essere meno stressante che attraversare Varese, per non parlare di Milano. Tutto attorno si vedono montagne e l’estensione reale non si può apprezzare facilmente. Eppure gli abitanti sono stimati essere un milione e duecentomila. Per osservare la vera città, compresa quella nascosta e invisibile dal centro, si deve osservare il panorama verso sud durante la notte, quando i numerosi quartieri cresciuti sulle colline meridionali si accendono di mille luci.

In una recente visita a una sorgente ubicata sul versante di una montagna al sud della Città, Llave Mayu, ho avuto la opportunità di osservare il panorama dall’alto e per una volta da sud, ovvero dal centro della Cochabamba invisibile. Si tratta di numerosi quartieri cresciuti negli ultimi anni senza pianificazione ne regole. Le colline sono rivestite di case estremamente umili costruite in adobe (fango) o mattoni con tetto in lamiera. Il colore delle case si confonde perfettamente nel contesto arido fatto di terra e arbusti tanto che alla vista quasi scompaiono. Molte di queste aree sono completamente prive di servizi. L’acqua viene consegnata da camion cisterna (aguateros) a domicilio e tutte le case hanno nel cortile o sulla strada dei bidoni (turriles) con i quali raccolgono l’acqua che comperano. La maggior parte delle case non ha bagni e a volte nemmeno strade, e le case si raggiungono solo con sentieri. Le difficoltà sociali forse son ancora peggiori di quelle ambientali.

Ma la città non è invisibile solo cromaticamente. È invisibile anche agli amministratori che continuano a spendere i soldi pubblici in opere spesso discutibili al nord della città. È invisibile alle statistiche ufficiali del municipio e solo studi di associazioni e organizzazioni private sono entrate nel dettaglio socio economico di questa realtà, scoprendo una realtà di migrazione dal campo verso la città, in fuga da terre sempre più scarse verso nuove speranze di lavoro. L’urbanizzazione è completamente sregolata così che uno dei lavori maggiormente redditizi in queste aree è quello dei “loteadores”, ossia persone che senza averne diritto e forti di una sostanziale assenza di controlli vende terreni con titoli di proprietà fasulli a famiglie che vogliono trasferirsi in città. Su questi terreni vengono costruite case, molto spesso umilissime, che generano altrettanto frequentemente conflitti con i residenti già insediati, indipendentemente che questi siano titolari legittimi o a loro volta truffati. Non sono rari scontri tra loteadores nuovi e antichi, i quali rivendicano un diritto acquisito sui terreni.

In questa realtà estremamente povera e troppo spesso dimenticata, si vede con frequenza sventolare sulle case piccole bandierine blu e nere. Sono i colori del MAS, il partito del Presidente Evo Morales, che qui costituisce anche il simbolo di una lotta per il riconoscimento dei propri diritti come cittadini. È con Evo Morales che queste persone da anni dimenticate sono ritornate ad avere almeno un poco di speranza e di dignità e soprattutto ad essere al centro del programma che il nuovo municipio, che proprio oggi prende posizione, vuole portare avanti.

Post più vecchi »