“Volveremos a las montañas”

A Cochabamba me voy….. più di due anni fa decidemmo di chiamare così il blog che avrebbe accompagnato la nostra esperienza boliviana … una canzona di Victor Jara che cantava esattamente dove stavamo andando… una canzone scelta per il titolo e per l’ammirazione verso il suo autore, morto nello stadio olimpico di Santiago del Cile, ammazzato dai militari golpisti di Pinochet dopo che gli avevano amputato le mani per impedirgli di suonare la sua chitarra. Ci sono voluti due anni per capire veramente il significato di questa canzone, due anni di incontri, a volte casuali. Come quello con il direttore della scuola di spagnolo dove abbiamo passato il primo mese boliviano e che come Victor Jara ha vissuto l’esperienza di prigionia nello stadio olimpico e che ha successivamente, a differenza di Jara, trovato nella Svizzera la sua terra d’esilio; oppure Héctor, marito di un’amica, che per caso scopre in internet il nostro blog cercando pagine che parlassero di Jara e che è stato il primo a raccontarci la storia del protagonista della canzone, Inti Paredo (oltretutto sgridandoci proprio perché non lo conoscevamo); e per ultimo grazie a Roberto, passato a Cochabamba un mese fa spinto anche lui dalle note della stessa canzone e che finalmente ci ha spiegato tutto il significato di “A Cochabamba me voy”.

La canzone racconta gli ultimi giorni di Inti Paredo, boliviano di origini cochabambine e compagno d’armi del Che in Bolivia, uno dei pochi sopravvissuti alla sconfitta militare del gruppo rivoluzionario, che dopo essere scappato in Cile è tornato a Cochabamba per riformare l’esercito di liberazione con il motto “Volveremos a las montañas”. Da Cochabamba mandava proclami alla popolazione che scatenavano la frenetica persecuzione del regime che lo cercava in ogni angolo, come canta la canzone:

“Inti pa’ alla’, Coco, eco! Inti pa’ cà, Coco, eco! Inti pa’l norte, Coco, eco! Inti pa’l west, Coco, eco! Cuidado con la CIA, Coco, eco! Que vienen los gusanos, Coco, eco! No maten a Régis, Coco, eco! Y vàmonos hermanos, Coco, eco! Ratatatatà, se le perdieron, ratatatatà, aparecieron, ratatatatà, era mentira que se acabaron las guerrillas!”.

Inti Paredo muore torturato a La Paz nel 1969 dopo che era stato assediato da una moltitudine di poliziotti nella casa dove si nascondeva.

La nostra esperienza boliviana sta per terminare e proprio adesso che stiamo per partire per ritornare nelle nostre terre, riaffiorano i ricordi di tutti gli scambi, le riflessioni, le attività, i risultati, ma anche le difficoltà di questi due anni di lavoro. Due anni caratterizzati da incontri speciali nell’ambito lavorativo e umano. Incontri con persone che hanno rafforzato in noi la voglia che già ci ha spinti a partire e che forse ci accomuna un pochino ai personaggi descritti prima, la voglia di contribuire a un mondo più giusto per tutti.

“Volveremos a las montañas”, torneremo alle nostre montagne, con ancora più voglia di partecipare alla vita sociale dei nostri paesi, per condividere con voi che ci avete accompagnato e appoggiato l’insegnamento principale di questi due anni: la partecipazione è l’unico cammino possibile per un mondo più giusto.

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Un corso per l’autoproduzione dei freatimetri

Dopo più di un anno, siamo tornati all’azione lavorando sul freatimetro. Questo fine settimana, dopo un’estenuante serie di giorni passati girovagando per tutti i negozi di Cochabamba alla ricerca delle “carretas” dove arrotolare i cavi, abbiamo finalmente organizzato un corso per l’uso e l’autocostruzione di un freatimetro.

Per i più potrà sembrare insignificante, ma chi conosce l’uso dell’apparecchio sa bene quanto sia indispensabile per l’utilizzo sostenibile delle risorse idriche sotterranee… un pozzarolo senza freatimetro è come un cardiologo senza stetoscopio (per non dire il ben più volgare detto che ci ripeteva un indimenticabile professore dell’università, relativo al geologo e al suo inseparabile martello). Così che abbiamo sviluppato un modello di freatimetro efficiente e funzionale (funziona davvero bene, nonostante l’aspetto poco rassicurante), estremamente economico (circa 110 Bs, equivalente a circa 10 €, compreso il cavo da 50 m) e facile da usare. Durante la giornata abbiamo trattato i problemi tipici che affrontano quotidianamente i “comites de agua” e come potrebbero usare i dati che fornisce l’apparecchio per risolverli. Una giornata intensa, piena di trapani, saldatori, colla, grafici, disegni e centinaia di metri di cavi d’antenna da sbobinare. Ma certamente positiva. Alla fine della giornata i partecipanti al corso se ne sono tornati a casa con il loro nuovo apparecchio e la loro guida per l’uso, la raccolta dei dati e l’interpretazione. Un piccolo passo avanti verso la sostenibilità dei “comitès de agua” del sud di Cochabamba!

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Animadores Culturales en contra de la basura!

Domenica 10 ottobre gli Animadores Culturales di Ushpa Ushpa hanno organizzato una feria dedicata al ambiente naturale e in particolare al problema dalla spazzatura che nel loro quartiere è ben evidente e grave. Dappertutto s’incontrano sacchetti di plastica, bottiglie, vetro, carta, batterie scariche, pneumatici e chi più ne ha più ne metta. Il canale che attraversa la zona e il fiume sono i luoghi dove s’incontra più spazzatura e dove provoca maggiori danni: inquinamento delle acque a causa delle batterie e di altri elementi che possono rilasciare sostanze tossiche, e in caso di forti piogge, allagamenti per l’intasamento delle vie idriche.

Il motto della feria era “Animadores Culturales en contra de la basura” e infatti gli stands erano dedicati soprattutto a come riciclare i differenti tipi di spazzatura: plastica, vetro, carta e cartone, batterie usate. Si potevano vincere piante native partecipando ai giochi didattici sul riciclaggio o portando almeno 10 batterie usate. Si offrivano spiegazioni sulla produzione di orti familiari. Gli Animadores Culturales di Ushpa Ushpa sono convinti che per aiutare l’ambiente naturale piantare alberi e tenere orti nelle loro case è un ottimo aiuto.

Nonostante il freddo della giornata, i ragazzi hanno organizzato e animato gli stands, chiamato l’attenzione del pubblico con i loro tamburi e hanno anche potuto ridere e riflettere insieme ai presenti durante la presentazione artistico-educativa di Victor, la spazzino riciclatore!

Questa mattinata è stata importante non solo per il lavoro di sensibilizzazione alla popolazione sulla problematica della spazzatura, ma soprattutto per il ruolo socialmente attivo dimostrato dai bambini e dagli adolescenti nel loro quartiere. Spesso i giovani sono considerati solo come un problema, mentre sono e devono essere coinvolti dagli adulti come attori sociali che possono promuovere il miglioramento delle loro realtà, dando loro l’opportunità di conoscere, riflettere e proporre soluzioni partecipando all’amministrazione dei loro quartieri, magari attraverso l’arte.

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Verso una nuova legge per l’acqua in Bolivia

In queste settimane, il processo boliviano per l’accesso equitativo all’acqua sta raggiungendo una fase estremamente importante, forse la più interessante da quando, nell’aprile del 2000, i cochabambini scesero in piazza per opporsi al contratto con la multinazionale “Aguas del Tunari”.

Dopo l’approvazione della nuova costituzione, che stabilisce che l’acqua è un diritto umano “fondamentalissimo”, che non si può fare commercio d’acqua e che lo stato è obbligato a garantire l’accesso a risorse di qualità ed in quantità sufficiente, ora è arrivato il momento di definire come raggiungere questi obiettivi. Obiettivi peraltro ambiziosi se si considera che in Bolivia c’è ancora una buona parte della popolazione che non riceve acqua attraverso un servizio pubblico, e che, se si considera la qualità dell’acqua che viene distribuita, probabilmente nessun cittadino beneficia di un servizio di acqua potabile in senso stretto. E di più, in un contesto dove lo Stato negli anni passati non ha in fondo fatto nulla per cercare di estendere i servizi sanitari, come per esempio nel caso di Cochabamba, varie decine (forse centinaia) di migliaia di persone ricevono acqua da sistemi costituiti, creati, finanziati ed amministrati autonomamente (sistemi comunitari, generalmente associazioni e cooperative).  E dove,  anche nell’attualità, la totalità dei fondi che la Bolivia pone per migliorare i servizi di base arriva dalla cooperazione internazionale.

Ora è arrivato il momento della vera guerra dell’acqua, ovvero il momento in cui i principi che diedero spinta a migliaia di persone a manifestare, ma non solo, che furono anche ispirazione per milioni di persone in tutto il mondo incuriosite dagli eventi in corso in un paese del sud, si trasformino in norme che una volta per tutte sanciscano, ma soprattutto permettano il diritto di accesso ad acqua di qualità. Diritto minacciato non solo da attitudini mercantilistiche ma anche da inefficienza, corruzione e inettitudine.

In queste importantissime settimane, si toccherà il polso di un lungo processo che dalla protesta si è trasformato poco a poco nella proposta di sistemi alternativi. Non è la proposta di un sistema centrale pubblico, che in Bolivia ha mostrato evidenti limitazioni, ma di una cooperazione tra Stato e comunità, un’alleanza in cui ogni attore si incarica di fare quello che più gli si addice: allo Stato, attraverso strutture decentralizzate e partecipative, spetterebbe il controllo delle riserve idriche a grande scala, la coordinazione e la vigilanza del rispetto dei diritti costituzionali, mentre ai sistemi comunitari quello che hanno dimostrato in vari anni di sapere fare, ovvero la distribuzione secondo gli usi, le caratteristiche sociali e le possibilità economiche dei suoi associati.

La redazione della nuova legge è già in marcia. Le proposte che arrivano dal basso sono per ora molte. Ogni settore che utilizza acqua ha presentato o sta preparando la sua proposta: regantes (coloro che utilizzano l’acqua per irrigare), sistemi comunitari, mineros e Pachamama. Ora la maggiore minaccia che dovrà affrontare il movimento è che arrivi diviso alla presentazione delle legge in Parlamento, rischio peraltro molto probabile viste le rotture che si iniziano ad intravedere tra regantes e sistemi di acqua potabile. Spetterà ora ai portavoce dei vari gruppi sociali accantonare orgogli e posizioni unilaterali a favore di una posizione comune che permetta, “de una vez”, arrivare ad un testo di legge buono per tutti e rispettoso fino in fondo dei principi stabiliti dalla costituzione. E buono per l’acqua, o come dicono qui, buono per la Pachamama.

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1º feria ancestrale della cucina tradizionale, del ballo tipico e del tessuto

Domenica 3 ottobre abbiamo partecipato con il gruppo Pujllana di Ushpa Ushpa alla “1º feria ancestral de la ñawpa mikhuna, baile típico y el tejido”.

Siamo partiti di buon mattino e dopo 2 ore di viaggio sul greto di un fiume abbiamo raggiunto la piccola e bianca comunità di Huayk’ampara, nel municipio di Tapacarí. Ad attenderci piatti dal sapore antico, tessuti dai colori magnifici e soprattutto l’allegria di poter condividere una giornata di musica e danza.

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La Bolivia e la sua gioventù

Nell’ambito dell’elaborazione della capitalizzazione dell’esperienza di “educar es fiesta” abbiamo pensato  fosse importante scrivere un capitolo relativo alla situazione dell’infanzia in Bolivia.  Lo potete leggere qui di seguito.

La Bolivia, paese che si trova nel cuore dell’America del Sud , è costituita da una popolazione molto giovane, secondo dati del censimento nazionale del 2006 dei 9,8 milioni di abitanti il 44 % ha meno di 18 anni e il 15 % ha meno di 5 anni. Il paese è caratterizzato da una grande diversità culturale e linguistica, sono presenti 36 gruppi etnici e linguistici di cui i principali sono i Quechua e gli Aymara. Nella nuova costituzione politica dello stato, voluta fortemente dall’attuale presidente Evo Morales ed entrata in vigore nel 2009, le 36 lingue censite sono state finalmente riconosciute come ufficiali e lo spagnolo come lingua di comunicazione. Un primo passo molto importante verso il riconoscimento pieno come cittadini di una gran parte della popolazione boliviana che si definisce di origine indigena. Questa popolazione fino a qualche anno fa viveva principalmente nelle zone rurali, ma ora la tendenza migratoria interna ha fatto si che il 60% della popolazione totale e il 45% di quella infantile viva oramai in zone urbane e peri urbane, in contesti completamente differenti da quelli rurali. Inoltre il paese è caratterizzato da una geografa molto difficile e da una infrastruttura dei trasporti tra le peggiori del continente: la natura con la catena montuosa andina e la selva amazzonica non è un elemento semplice da addomesticare. Per questo una parte ancora importante dei cittadini boliviani vive in luoghi isolati e senza la possibilità di accedere a servizi basici di qualità, motivo in più che spinge a spostarsi verso le città. La condizione geografica ha sicuramente influito nello sviluppo economico di questa nazione che è considerata la più povera di questa parte del continente. I dati ufficiali del censimento nazionale rivelano che il 38% della popolazione vive una situazione di povertà estrema, cioè dispone di un solo dollaro al giorno per soddisfare i suoi bisogni basici come l’alimentazione, un alloggio,qualche vestito e l’igiene personale. Se si parla di popolazione indigena gli indici si alzano, in particolare per quanto riguarda la popolazione infantile, si stima infatti che l’84% dei minori di 5 anni e il 90% di quelli che hanno tra i 5 e i 13 anni vivano in povertà estrema.
Questa situazione economica è la principale causa della forte migrazione, interna ed esterna. I nuovi insediamenti peri urbani sorti in maniera spontanea e sregolata per accogliere i molti migranti rurali scarseggiano dei servizi basici come acqua corrente, fognatura, gestione della spazzatura, centri medici e a volte anche di strutture scolastiche.
Altro aspetto legato alla migrazione e in particolare quella verso l’estero, è la disgregazione famigliare. Ci sono sempre più bambini, bambine e adolescenti che crescono senza la presenza di un genitore e a volte di tutti e due. Sono affidati a nonni, zii e a volte a vicini, in situazioni non sempre facili, con una scarsità di persone di riferimento che appoggino il normale sviluppo psico sociale. Diversi di questi ragazzi hanno a disposizione molti soldi che i loro genitori inviano come rimesse. In molti casi questo si trasforma in un forte consumismo, nell’abuso di alcool e droghe e negli ultimi anni anche nella formazione di bande minorili molto violente. Tutti questi elementi facilitano l’abbandono della scuola, fenomeno ancora elevato nel paese.
La situazione lavorativa nel paese è molto difficile e la disoccupazione, la sottooccupazione e i bassi salari obbligano molti bambini, bambine e adolescenti a lavorare per aiutare la famiglia. 116.000 bambini e bambine tra i 7 e i 13 anni lavorano e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono 729.000, il 27% degli adolescenti boliviani. I lavori praticati sono molti e differenti, lustrascarpe, venditori di dolciumi, lavaauto, giocolieri, le strade delle città brulicano di ragazzini attivi. Ma tra i vari lavori esistono alcuni che veramente possono influire negativamente nel buon sviluppo. Tra questi i peggiori sono il lavoro nelle miniere, la raccolta della canna da zucchero e della castagna e il lavoro domestico per le donne, infatti a quest’ultima attività sono legate molte denunce di abuso sessuale minorile.
Tutti questi elementi fanno si che in Bolivia non esiste una sola maniera di essere bambino, bambina o adolescente, perché essere bambino vuol dire vivere esperienze tanto diverse come migrare dalla zona rurale alla città; lavorare come pastore, raccoglitore, minatore o semplicemente essendo uno scolaro; essere figlio unico o crescere in una famiglia numerosa con scarso reddito; poter usufruire di centri di salute, di scuole di qualità o al contrario essere esclusi dai servizi basici come l’acqua; vivere un infanzia sicura e protetta o sopravvivere a esperienze di violenza, isolamento e insicurezza.
Dei 255’000 bambini che nascono ogni anno solo 4 su 10 riusciranno a superare questa “corsa ad ostacoli”. Ostacoli come sopravvivere al primo anno di età, superare l’infanzia senza problemi di denutrizione, di salute o di violenza fisica, psicologica e sessuale, terminare la scuola dell’obbligo con una base per poter affrontare al meglio il mondo del lavoro, non lavorare prima dei 14 anni.
Questi dati sono del 2006 ma negli ultimi anni, grazie alle politiche proposte dallo stato boliviano, la situazione è sicuramente migliorata, politiche che si iscrivono nel cambio che il governo di Evo Morales ha portato nella maniera di gestire le risorse del paese. Le maggiori entrate economiche statali, ricavate dalla maggior tassazione dell’industria mineraria e petrolifera, sono ora dedicate al miglioramento della situazione sociale del paese e non solo per l’arricchimento personale di poche persone.
Ê così che si è lavorato molto per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, applicando strumenti di controllo e di penalizzazione e migliorando la qualità di vita delle famiglie. Allo stesso tempo si sono introdotti i cosiddetti “Buoni”: il buono “Juancito Pinto” che attraverso un appoggio economico di 20 euro incentiva la permanenza scolastica durante tutto l’anno e il buono “Juana Azurduy” che insieme all’assicurazione “Materno Infantil” incentiva le donne in attesa di un bambino o con figli di meno di 6 anni ad andare nei centri di salute per sottoporsi a controlli ginecologici e pediatrici. Nella stessa direzione sta andando la proposta di allargare l’assicurazione malattia offerta dallo stato a tutti i minori di 18 anni.

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Vogliamo essere ascoltati: opinare su quello che è meglio per noi

Articolo sulle percezioni e richieste dei bambini e adolescenti lavoratori sulla regolamentazione del lavoro infantile di Patricia Vargas, psicologa, attivista dei diritti dei bambini da oltre 22 anni e coordinatrice del progetto “Comunidades reciprocas” a “educar es fiesta”

Dall’inizio della rifondazione dello Stato Plurinazionale boliviano, la Bolivia ha in corso un processo di cambio che cerca di consolidarsi. Un processo che propone cambi nella vita pubblica, economica, sociale e culturale del paese; un processo nel quale tutti i boliviani, donne, bambini, indigeni, agricoltori, giovani, neri, omosessuali, cittadini, devono come dice il postulato “vivir bien”, cioè “vivere bene”.

L’attuale Costituzione Politica dello Stato stabilisce in maniera specifica, nel capitolo quinto “dei Diritti Sociali ed Economici”, i Diritti della Infanzia, Adolescenza e Gioventù, consolidando l’interesse superiore dello Stato nei confronti dell’Infanzia promuovendo e garantendo i suoi diritti civili, il suo sviluppo integrale, il suo diritto a una identità, a una famiglia e a una comunità. Con l’obbligo di proteggere questa fascia d’età da ogni tipo di violenza, sfruttamento, proponendo una regolamentazione che permetta lo sviluppo di attività di formazione (non dichiarando chiaramente di lavoro) in forma protetta e regolata.

Nonostante le molteplici norme e piani che propongono la possibilità che i bambini ed adolescenti possano “vivir bien”, ancora ci sono dei settori di questa popolazione che non sono riconosciuti o sembrano invisibili a queste considerazioni: questi sono i bambini e adolescenti che lavorano.

La marginalizzazione di questo settore non sembra accidentale. Esiste tutta una storia che ha visto tante proposte per questa fascia di giovani lavoratori, dal normare il lavoro minorile fino alle più moderne proposte che vogliono differenziare i lavori pericolosi da quelli meno, o indicare un’età minima per poter lavorare oppure individuare ambiti dove realmente proibire il lavoro minorile.

A livello internazionale, durante un ultimo incontro all’Haya, ha prevalso la posizione di abolire qualsiasi forma di lavoro infantile ponendo la Bolivia in una posizione complicata.

Tutte queste regole non hanno fatto altro che confondere, facendo si che più di 1 milione di bambini e adolescenti lavoratori siano esclusi dalle statistiche, dalle cifre ufficiali sugli ingressi economici di un paese, tutto questo senza considerare l’opinione, la partecipazione, le domande, le esigenze e le aspirazioni dei diretti interessati. Speriamo che il processo legislativo che si sta portando avanti attualmente in Bolivia, nonostante la posizione internazionale, non ignori di nuovo la voce di questi bambini e adolescenti che reclamano essere parte attiva della diversità e plurinazionalità del nostro paese.

Testimonianza di Ernesto Copa, delegato nazionale della Unione Nazionale dei Bambini e Adolescenti Lavoratori: “Il problema non è il bambino lavoratore, piuttosto è l’adulto che sfrutta. Il lavoro è un’attività inerente l’essere umano, la scuola e il lavoro intellettuale sono anche lavoro, però quello che fanno i bambini e gli adolescenti è sotto valorizzato, stigmatizzato e compatito. Il lavoro ci insegna ad essere parte di un gruppo, facciamo esperienza, conosciamo gente diversa, è un ambito ampio e pieno di ricchezze. E’ importante parlare di questo fenomeno perché è la società che non vuole assumersi che esistiamo”.

Personalmente sono d’accordo con la posizione della mia collega rispetto al lavoro minorile. Invece d’investire ingenti quantità di denaro in uno scopo utopico, cioè quello di abolire il lavoro infantile, bisognerebbe preoccuparsi di regolamentare e controllare le condizioni in cui questi bambini e adolescenti svolgono le loro attività. Sono inoltre d’accordo con il giovane Ernesto, il lavoro fa parte dell’identità umana. Permettere ad un bambino o adolescente di aiutare la propria famiglia a stare meglio, oppure ad avere una disponibilità economica che gli permetta investire in altre attività non è negativo per il suo sviluppo psico fisico e sociale. In tutte le società i bambini hanno accompagnato i genitori nei loro compiti quotidiani imparando, socializando con loro, conoscendosi, e spesso anche in Bolivia i giovani che lavorano lo fanno accompagnando un genitore. Quanti bambini e bambine di Ushpa Ushpa ci avvisavano che non potevano venire alle attività perché dovevano accompagnare un genitore nel lavoro di muratore, “aguatero” o venditore. Ciò che non è positivo è che ci siano adulti (a volte gli stessi genitori) che si approfittano della debolezza di questa categoria per usarli in lavori che potrebbero avere ripercussioni nel loro sviluppo psico fisico oppure che l’attività lavorativa impedisca ai bambini di frequentare la scuola e svolgere i loro compiti e studi.

Ma ricordiamoci che il lavoro è una scuola di vita che forse dalle nostre parti si sta demonizzando. Regolamentiamo il lavoro minorile e controlliamolo. E soprattutto ascoltiamo la voce di chi realmente lavora e valutiamo insieme a loro gli aspetti negativi e positivi della loro situazione, per trovare insieme una strategia che permetta ai bambini e agli adolescenti di crescere il meglio possibile in ambiti protetti e non d’esclusione e invisibilità, di sviluppare quelle abilità necessarie ad affrontare la vita come l’autostima, la capacità di dire quello che si pensa, la capacità di decidere del proprio futuro, la capacita e la possibilità di far parte della società.

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Festa per i 40 anni di Interagire

Sabato 11 Settembre al ex convento di Monte Carasso (Bellinzona, Ticino) si festeggeranno i 40 anni di Interagire. Il programma prevede una esposizione sul lavoro svolto in questi anni e spettacoli vari, tra cui uno di Caopeira e una presentazione di Nina Dimitri. Si potrá inoltre cenare con piatti tipici della cucina del Sud del Mondo. Non mancate!

Volantino con programma dell'evento

Cliccate sull’immagine per scaricare il volantino con tutte le informazioni sull’evento.

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Isla del Sol

Approfittando di visite di amici siamo tornati a visitare l’Isla del Sol. L’isola si trova nel lago Titikaka e  costituiva un luogo sacro per gli Inca, che credevano che proprio in questa terra fosse nata la loro cultura. L’acqua del lago, che si trova a quasi 4000 metri sopra il livello del mare, è cristallina e in alcuni scorci sembra di essere su un’isola del Mediterraneo. Alcune foto sono state gentilmente concesse da Valérie.

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Nuovamente su acqua e mafia

da www.angese.itMentre c’è qualcuno che si azzarda a sostenere che la mafia non esiste, nel più bel stile cinematografico de “il Padrino”, qualche giorno fa un consigliere comunale di Borgetto (Palermo), Giuseppe Barbaro, ha ricevuto come intimidazione una testa mozzata di capretto [1] [2].

Chi conosce i movimenti dell’acqua (per lo meno 1 milione 400 mila persone che hanno firmato la proposta di referendum) conosce il suo impegno per escludere l’acqua dal commercio. Il municipio di Borgetto ha infatti approvato recentemente una mozione che dichiara l’acqua come un bene senza rilevanza economica.

Alla faccia della mafia che non esiste, e alla faccia di chi sostiene la privatizzazione dei servizi idrici come una pura questione efficientista. La lotta per i beni comuni è una lotta per la democrazia e per la legalità.

Un motivo in più per andare a votare, e piena solidarietà a Giuseppe Barbaro.

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